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Facebook vince causa su marchio face book usato da società cinese


Il social network ha vinto una causa in Cina contro una società alimentare che ha usato il suo marchio. Le autorità cinesi stanno adottando un approccio più morbido nei confronti del social network. Facebook ha fatto quello che pochissime aziende americane hanno fatto prima: vincere una causa di trademark in Cina. Una società di bevande cinese aveva registrato il nome "face book" (scritto come due parole separate). Tuttavia, la Corte ha dichiarato che la società aveva "violato i principi morali" con una "evidente intenzione di duplicare e copiare".

Alta Corte tedesca dichiara illegale funzione Trova amici di Facebook


Dopo aver festeggiato il traguardo degli 800 milioni mensili su Facebook Messenger, in Germania la Corte ha dichiarato illegale la funzione di ricerca amici sul social network. Trova amici, una funzione di Facebook che scava nelle informazioni dal vostro elenco di contatti e-mail e poi invita le persone che ancora non sono su Facebook ad unirsi, è stata dichiarata illegale dalla Corte più alta della Germania. Reuters ha riferito giovedì che la corte ha detto che Facebook non ha fatto abbastanza per informare gli utenti su come si stava usando i dati dei loro contatti.

Tribunale Roma: foto pubblicate su Facebook, diritto d'autore valido


La pubblicazione di foto sulla pagina Facebook di chi le ha scattate «non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici». E' quanto stabilito dalla IX sezione del Tribunale di Roma che riconosce il diritto d'autore anche per le foto pubblicate sul social network. La libertà di utilizzo dei contenuti pubblicati dagli utenti con l'impostazione "Pubblica" «non riguarda infatti i contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale degli utenti, rispetto ai quali l'unica licenza è quella non esclusiva e trasferibile concessa a Facebook», spiega il Tribunale.

Insulti su Facebook possono costare il carcere, lo dice la Cassazione


La Suprema Corte ha stabilito che per le offese sul social network la competenza non è del Giudice di Pace ma del Tribunale ordinario. La diffamazione tramite Facebook può essere punita con il carcere. Lo ha deciso la Prima sezione penale della Corte di Cassazione. I giudici sono stati chiamati a decidere su una querela che nel 2010, in seguito a una burrascosa separazione, una donna aveva presentato nei confronti dell'ex marito accusandolo di aver pubblicato sul social network alcuni post e commenti dal contenuto diffamatorio.

Class action contro Facebook: per 25mila utenti ha violato la privacy


La class action potrebbe essere costosa. In venticinquemila trascinano Facebook in un'aula di giustizia. In un tribunale civile di Vienna ha preso il via l'azione legale collettiva sostenuta dal giurista austriaco Max Schrems che ha depositato il ricorso. L'accusa per l'azienda di Mark Zuckerberg è quella di aver violato le leggi europee sulla privacy. La causa è stata intentata il primo agosto 2014. A essere contestato è il modo in cui il social network raccoglie e gestisce i dati degli utenti.

Turchia: censura per Twitter e YouTube, Facebook torna accessibile


Le autorità turche hanno ordinato il blocco dell'accesso ai social media per impedire la circolazione delle foto del procuratore ucciso la settimana scorsa a Istanbul. Nell'era 2.0 la censura si fa contro Internet. Così in Turchia dopo la pubblicazione delle foto del pm Mehmet Selim Kiraz, preso in ostaggio dal fronte Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo turco e poi ucciso nel blitz delle teste di cuoio, il governo censura YouTube e Twitter bloccandone l'accesso. Entrambi si sarebbero rifiutati  di cancellare le immagini.

Facebook chiarisce le regole comunitarie su nudo e contenuti violenti


Facebook ha rilasciato domenica le nuove norme comunitarie volte a dare agli utenti una migliore idea di che tipo di contenuti rimuoverà il social network. La società ha scritto che comprende quando le persone condividono immagini grafiche violente o video, a volte per "condannare o sensibilizzare al riguardo". La società ha affrontato delle critiche in passato per aver vietato messaggi politici grafici, come i video dei monaci tibetani che si son dati fuoco per protestare contro le politiche cinesi.

Facebook combatte in tribunale per difendere privacy di 381 account


Facebook e l'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan sono in lotta aspra sulla richiesta del governo di accedere ai contenuti di centinaia di account del social network. Nei documenti legali confidenziali resi pubblici solo ora, Facebook ritiene che la richiesta avanzata la scorsa estate sia incostituzionale perché viola i diritti degli utenti. Il procuratore distrettuale la scorsa estate aveva richiesto a Facebook la possibilità di avere accesso agli account di 381 persone, tra cui foto, messaggi privati ​​e altre informazioni.

Privacy, giudice iraniano ordina a Zuckerberg di comparire in tribunale


Un giudice iraniano ha ordinato a Mark Zuckerberg di comparire in tribunale nel sud del Paese. Il fondatore e CEO di Facebook dovrà rispondere alle denunce di diverse persone secondo cui le applicazioni Instagram e di messaggistica Whatsapp di proprietà del social network violano la loro privacy. La notizia è stata diffusa dall'agenzia di stampa semi-ufficiale ISNA. Secondo un ufficiale delle forze paramilitari, Ruhollah Momen Nasab, il giudice ha anche ordinato il blocco delle due applicazioni. 

E' altmente improbabile che Zuckerberg possa presentarsi davanti a un tribunale iraniano, perché non esiste un trattato di estradizione tra l'Iran e gli Stati Uniti. Alcuni tribunali iraniani in passato avevano già emesso ordinanze simili, che non sono state eseguite. Un tribunale iraniano la scorsa settimana aveva imposto il blocco di Instagram per problemi di privacy. Tuttavia, come hanno verificato gli utenti della capitale Teheran, fino ad martedì potevano accedere a entrambe le app. 

Facebook è già vietato nel paese, insieme ad altri siti sociali come Twitter e YouTube. Tuttavia, alcuni alti dirigenti, come il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif sono attivi su Twitter. Mentre i più alti funzionari hanno libero accesso ai social media, i giovani dell'Iran e i cittadini esperti in tecnologia, utilizzano un server proxy o altre soluzioni per aggirare i controlli. L'amministrazione del presidente moderato Hassan Rouhani, si oppone al blocco dei siti se non ci sono alternative locali. 

"Dovremmo vedere il mondo informatico come un'opportunità", ha dichiarato il presidente Rouhani la settimana scorsa. "Perché siamo così incerti? Perché non ci fidiamo nostri giovani?". Esponenti della "linea dura", intanto, accusano Rouhani di non riuscire a fermare la diffusione di ciò che definiscono  cultura occidentale "decadente" in Iran. Il caso sottolinea la crescente lotta tra il presidente iraniano per aumentare la libertà di Internet e le richieste della magistratura conservatrice per controlli più rigorosi.


Zuckerberg citato in giudizio da costruttore per un affare immobiliare


Guai giudiziari un vista per Mark Zuckerberg. Il fondatore di Facebook è stato denunciato da un costruttore, Mircea Voskerician, perchè in cambio di condizioni di favore sull'acquisto di un lotto di terreno che si trova sul retro della sua casa a Palo Alto, il numero uno del social network più famoso del mondo, si sarebbe impegnato a presentare all'impresario una serie d'investitori, ma pare che questo non sia mai avvenuto.

Instagram decreta la rimozione degli account inattivi e spam dal sito


Pulizie di primavera su Instagram, la popolare applicazione per la condivisione di foto - spesso con filtri - e anche video acquistata da Facebook nel 2012. La piattaforma ha deciso di rimuovere dalla sua community tutti i profili "spam", quelli che condividono contenuti "spazzatura", e gli inattivi. Lo ha comunicato con un messaggio agli utenti avvisandoli che in seguito a questa operazione potrebbero vedere un calo nel numero dei "follower".

Voleva conoscere una donna su Facebook: arrestato latitante a Rende


E' stato tradito da Facebook e dalla voglia di incontrare e conoscere una donna. Si è conclusa in questo modo a Rende la latitanza di Giuseppe Quagliarello, di 31 anni, ricercato dal giugno scorso perché destinatario di una ordinanza di custodia cautelare emessa dai giudici del tribunale di Napoli. Quagliarello viveva tranquillamente in un appartamento a Rende dove si era trasferito da giugno, subito dopo essere sfuggito al provvedimento restrittivo, e conduceva una vita normalissima. 

Il latitante aveva trovato lavoro anche come stagionale in una struttura alberghiera della costa tirrenica. Da alcune settimane gli agenti della Squadra Mobile di Cosenza avevano individuato il profilo Facebook del latitante e lo hanno contattato attraverso la creazione di un profilo esca femminile. Tra la Polizia ed il latitante ci sono stati alcuni contatti che hanno consentito di individuare in modo preciso il luogo dove si trovava. 

Attraverso il profilo del social network è stato stabilito un primo contatto, al quale hanno fatto seguito alcune telefonate, in particolare con una poliziotta della Squadra Mobile che si è finta utente del profilo. L'agente è riuscita a creare un rapporto di fiducia con Quagliarello e, dopo numerosi contatti, ha fissato un appuntamento, per incontrare il ricercato.

All'incontro però si sono presentati anche gli agenti della Squadra Mobile, che hanno arrestato il latitante. L'uomo non ha opposto resistenza e, dopo gli accertamenti di rito, è stato accompagnato nel carcere di Cosenza. Il latitante era ricercato dal giugno scorso per i reati di violenza privata, minacce aggravate dall'uso di armi e da metodi mafiosi. Quagliarello avrebbe minacciato i familiari di un pentito, sottoposti a programma speciale di collaborazione. 

In particolare avrebbe cercato di indurre la moglie del collaboratore di giustizia a mettersi in contatto con i suoi familiari per avere notizie sull'arresto del marito, sul suo cambio di avvocato e sul luogo di detenzione nonché sul luogo di residenza della stessa e sul perché di tutti questi fatti non fossero stati informati i "compagni". I reati contestati a Quagliarello sono aggravati dal fatto di far parte di una organizzazione di tipo mafioso, capeggiata dai fratelli De Micco e collegata con il clan Cuccaro di Barra.

Fonte: RaiNews24 

Usa: mette su Facebook foto con figlia, poi la uccide e tenta suicidio


Un giovane padre posta la foto della figlia di 19 mesi su Facebook e la uccide con una pistola che poi punta su di sè. Per la piccola non c'è stato nulla da fare, mentre Merrick McKoy è ricoverato in ospedale. E' successo nella mattinata di lunedì a Westmister in Colorado e il motivo della azione estrema dell'uomo è una lite furibonda con la mamma della bimba, Kim Phanthavongsa. 

Sul profilo del social network, il 22enne aveva pubblicato: "Ti avevo detto che non avrei potuto vivere senza di te, forse pensavi stessi giocando, adesso io e mia figlia ci togliamo di mezzo". Poi il suo ultimo post: "Non giudicatemi non avevo scelta". Sotto choc Kim, 21 anni, che ha raccontato alla polizia di essersi svegliata con la pistola puntata e poi di essere riuscita ad andare dai vicini per chiamare il 911.


McKoy è sopravvissuto alla ferita d'arma da fuoco ed è stato ricoverato in ospedale in Colorado. La giovane ha spiegato che Merrick era un ragazzo molto geloso e possessivo. McKoy era stato anche oggetto di un ordine restrittivo dopo un incidente di violenza domestica nei confronti di Kim. Era stato accusato di aggressione, furto con scasso, violazione di domicilio e molestie.

La polizia ha detto che su McKoy era stato emesso un ordine restrittivo della libertà personale che gli vietava di essere in quel appartamento. McKoy era stato arrestato dalla polizia di Westminster il 27 settembre ed un giudice della contea di Adams aveva emesso l'ordine tre giorni dopo, il 30 settembre, lo stesso giorno che McKoy è stato rilasciato dal carcere dopo l'invio di 20.000 dollari di cauzione.


Fonte: AGI
Via: WCPO
Foto: Facebook

Salerno: adescavano minori su Facebook, in manette due casalinghe


Due casalinghe di 27 e 29 anni "incapaci di tenere a freno i propri istinti sessuali, nonostante i rapporti con altri uomini", sono state arrestate dai carabinieri del comando provinciale di Salerno perchè circuivano sui social network minorenni per convincerli ad avere rapporti sessuali. Le donne, residenti nel Vallo di Diano, sono state poste ai domiciliari su disposizione del gip del tribunale di Salerno.  

Le indagini sono partite dalla denuncia presentata dalla madre di un minorenne che, preoccupata per gli atteggiamenti del figlio non ancora 14enne, ha raccontato i propri dubbi ai militari. L'adolescente aveva iniziato a dimostrare disinteresse per gli studi e ad allontanarsi dall'abitazione familiare, anche di notte, senza motivo e senza autorizzazione preventiva dei genitori. 

Il padre e la madre del ragazzo hanno iniziato così una serie di ricerche, sia nei luoghi di ritrovo dei suoi coetanei sia accedendo al suo profilo Facebook. Sul social network sono stati così individuati alcuni messaggi inequivocabilmente a sfondo sessuale. Il minorenne ha poi confessato ai propri genitori di essere stato adescato, convinto a intrattenere rapporti intimi proprio dalle due donne arrestate. 

Le successive indagini hanno accertato che alcuni genitori dei minori adescati si erano addirittura rifiutati di denunciare quanto accaduto. Le investigazioni, però, hanno permesso con pedinamenti e intercettazioni di accertare la responsabilità delle due casalinghe. In ben due occasioni una delle due arrestate aveva condotto un bimbo di 10 anni all'interno dei bagni pubblici comunali per "far provare un bambino a un uomo". 

Intercettazioni e servizi di osservazione, controllo e pedinamento degli indagati, ma anche monitoraggio di profili sul social network, hanno consentito l'emissione del provvedimento restrittivo emesso dal Gip.  I reati contestati sono di "atti sessuali con minorenni infraquattordicenni". Nel corso di alcune perquisizioni domiciliari è stato anche sottoposto a sequestro materiale utile per proseguire le indagini.

Fonte: AGI
Via: TMNews

Facebook dovrà affrontare la causa per violazione marchio Timeline


Facebook ha recentemente effettuato un lifting alla Timeline, ma ora dovrà difendersi in tribunale dall'accusa di Timelines.com, un sito che dal 2011 gli chiede i danni per aver utilizzato questo nome per la funzione Diario. Il giudice distrettuale John W. Darrah  ha stabilito di recente che Facebook non ha dimostrato che la "timeline" è un termine generico da possedere in esclusiva.

Timelines.com ha citato Facebook sul suo uso del termine "timeline". L'azienda afferma che ha il marchio esclusivo del termine, e che Facebook lo sta usando illegalmente. Facebook ha sostenuto che Timeline è un termine generico che non si applica esclusivo in questo caso. Tuttavia, Darrah ha scritto in una sentenza che Facebook non è stato in grado di dimostrare che:

"In questa fase del procedimento, non è irragionevole concludere che per questo gruppo di utenti, 'timeline (s)' ha acquisito un significato specifico associato ricorrente". Douglas Albritton, l'avvocato di Timelines.com, ha parlato brevemente con Bloomberg della sentenza, dicendo di essere "felice". "Siamo soddisfatti della sentenza", ha detto Albritton in un'intervista telefonica.

"Il suo cliente chiede risarcimento danni equivalenti a Facebook timeline derivate dalle entrate pubblicitarie", ha aggiunto. Facebook ha rifiutato di commentare. La società Timelines dice che la sua è una particolare applicazione, che "fornisce un sito web che offre agli utenti la possibilità di creare pagine Web personalizzate contenenti informazioni definite dall'utente".

L'azienda dice di "aver passato anni a sviluppare questo marchio e utilizzarlo nel modo sopra indicato sul sito, Timelines.com". Facebook ha in seguito controquerelato l'azienda. Le parti possono trovare ancora  un accordo extra-giudiziario. Il "jury trial" inizierà il 22 aprile 2013, giorno in cui si aprirà il processo incriminatorio con l'esame delle documentazioni da parte della giuria.


Via: Bloomberg

Facebook vince controversia con Garante Privacy tedesco su identità


Facebook ha ottenuto una vittoria in tribunale in Germania, in una controversia con l'Autorità Garante della Privacy locale. Il tribunale amministrativo dello Stato di Schleswig-Holstein ha stabilito che Facebook potrà mantenere la sua politica sui nomi reali degli account. La battaglia legale era stata sollevata dalla ULD - Unabhängigen Landeszentrums für Datenschutz.

Sponsored Story, Facebook pagherà 10 $ ad utente come risarcimento


Un giudice degli Stati Uniti ha dato la sua approvazione preliminare a un secondo tentativo da parte di Facebook di risolvere una class action nella quale si accusa la società di social networking di aver violato la privacy dei suoi utenti. Il giudice distrettuale Richard Seeborg in California ha respinto un tentativo di accordo nel mese di agosto sulla funzione pubblicitaria di Facebook Sponsored Stories.

Ma in una sentenza pronunciata lo scorso lunedì 3 dicembre, Seeborg ha detto che un accordo rivisto "rientra nel range di possibile approvazione come equo, ragionevole e adeguato". In una proposta riveduta, i legali delle parti hanno detto che ora gli utenti potrebbero richiedere un pagamento in contanti  fino a 10 dollari ciascuno da prelevare da un fondo messo a disposizione da Facebook pari a 20 milioni dollari. 

L'accordo prevede anche l'introduzione della funzionalità opt-out (al momento non disponibile). Cinque utenti hanno deciso di portare Facebook in tribunale, perchè la funzionalità Sponsored Stories ha violato la legge californiana, pubblicizzando i "Like" degli utenti su determinate inserzioni senza pagarli o fornendo loro un modo per scegliere. Il caso riguarda potenzialmente oltre 100 milioni di membri della class-action. 

Mark Zuckerberg aveva promesso di versare 10 milioni di dollari in beneficenza per chiudere la storia.  Sembra però che ciò non sia bastato alla maggioranza degli utenti. L'udienza per la correttezza della transazione è stata fissata per il 28 giugno 2013. Gruppi esterni e i membri della class-action avranno la possibilità di opporsi alla recente soluzione prima che Seeborg decida se concedere l'approvazione definitiva.



Via: Reuters

Pubblicare foto o musica di altri su Facebook senza permesso è reato


Pubblicare immagini su Facebook o caricare canzoni sul profilo del social network MySpace, senza indicarne la paternità, è un reato e può costare caro. La decisione è del Tribunale di Genova che ha condannato un musicista jazz di 26 anni a una multa di 1.200 euro per violazione della legge penale sul diritto d’autore. La vicenda risale al 2009 e vedeva coinvolti due musicisti e una fotografa professionista. 

Secondo l’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati, il musicista aveva messo a disposizione del pubblico, in particolare degli utenti di Facebook e del sito musicale MySpace, 15 foto che lo ritraevano senza chiedere il permesso alla fotografa che le aveva scattate. Inoltre aveva pubblicato alcuni brani musicali, registrati alla SIAE, composti da lui e da un altro collega, attribuendosene l’esclusiva paternità. È stato condannato. 

"Chi carica foto, video o canzoni su Facebook o MySpace - ha spiegato l’avvocato David Maria Mascia - spesso e volentieri dimentica che, con l’adesione alle condizioni generali d’uso, ha già dichiarato, magari contro il vero, di esserne l’esclusivo proprietario e ha già autorizzato il social network a farne l’utilizzo che meglio ritiene. Ciò non toglie che il diritto del vero autore rimanga presidiato dalla normativa di settore, anche con sanzioni penali".

La recente legge 248/00, modificando la legge 633/41, sempre attuale in materia di diritto d'autore, ha introdotto ulteriori ipotesi al fine di combattere la pirateria e la contraffazione, anche quella che si realizza via Internet. In realtà, la distribuzione e lo scambio di materiale musicale che avviene tra utenti della rete è da considerarsi chiaramente illegittima se non espressamente autorizzata dall'autore o da chi detiene i diritti economici dell'opera.

Fonte: ANSA
Via: La Stampa
Foto dal web

Sentenza a Livorno: offesa su Facebook è diffamazione a mezzo stampa


Potrebbe essere un caso destinato a fare da precedente nel mondo dei social network. La storia in questione vede come protagonista una giovane ragazza di 26 anni, Rossella Malanima di Livorno che, licenziata dal centro estetico per il quale ha lavorato nel mese di maggio 2011, molto probabilmente in preda alla rabbia ha ben pensato di sfogarsi contro il suo datore di lavoro usando la tecnologia.

La ragazza ha prima inviato una mail all’uomo, salvo poi passarlo a insultare direttamente sulla sua bacheca di Facebook. Dal raccomandare i clienti a non frequentare il centro per motivi di scarsa igiene, Rossella ci è decisamente andata sul personale scrivendo sulla bacheca Facebook dell’ex datore: "Sei un albanese di m….", usando come pretesto la sua nazionalità.

Proj Gjergji, questo il nome dell’uomo, si è dunque presentato in Procura con il suo avvocato e 3 messaggi simili per denunciare la giovane, iscritta nel registro degli indagati ai sensi dell’articolo 595 terzo comma del codice penale, relativo alla diffamazione a mezzo stampa. La 26enne Rossella, per mezzo del suo legale Danilo Adoncecchi, ha scelto il rito abbreviato.

Nella sentenza, arrivata lunedì, il giudice Antonio Pirato ha condannato la donna a una multa di 1.000 euro, al pagamento delle spese processuali e a versare alla vittima 3.000 euro come risarcimento danni. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 60 giorni. A rischiare, pertanto, non sono solo i giornalisti, ma tutti coloro che offendono sui social network.

Fonte: Attualissimo

Gip Palermo, divieto di Facebook ai magistrati del Palazzo di Giustizia


Una circolare del presidente della sezione gip del tribunale di Palermo mette dei paletti all'utilizzo di Facebook da parte dei giudici. Chiede loro di evitare contatti con gli organi di stampa e di non parlare di temi riconducibili a questioni di ufficio. Sono molti i magistrati del palazzo di giustizia ad avere profili Facebook e a contare, tra gli amici anche diversi giornalisti.

Una circostanza che, secondo il presidente Cesare Vincenti, potrebbe far sorgere conflitti all'interno dell’ufficio, sollevare dubbi sulla terzietà del giudice o anche creare situazioni imbarazzanti con l’ufficio della Procura della Repubblica. Come scrive Repubblica.it, la circolare è stata diramata in un momento particolarmente delicato, come l'assegnazione del procedimento per la trattativa Stato-mafia.

E le polemiche sulla distruzione delle intercettazioni che riguardano il presidente della Repubblica. Scrive Vincenti: "Appare assolutamente inopportuno interloquire su facebook o altri social network su tematiche non di carattere privato o comunque riconducibili a questioni di ufficio. Invito pertanto tutti alla adesione a modelli di comportamento improntati al massimo riserbo e ad evitare esternazioni in rete comunque riferibili a questioni di ufficio".

Una nota di apprezzamento è stata espressa dalla Camera penale: "La Camera Penale 'G. Bellavista' di Palermo esprime piena condivisione rispetto al contenuto della nota del Presidente dei Gip di Palermo. La riservatezza del magistrato giudicante, sintomo di elevata professionalità, rappresenta un valore imprescindibile a tutela del principio di Terzietà e di Imparzialità del Giudice".