La Suprema Corte ha stabilito che per le offese sul social network la competenza non è del Giudice di Pace ma del Tribunale ordinario. La diffamazione tramite Facebook può essere punita con il carcere. Lo ha deciso la Prima sezione penale della Corte di Cassazione. I giudici sono stati chiamati a decidere su una querela che nel 2010, in seguito a una burrascosa separazione, una donna aveva presentato nei confronti dell'ex marito accusandolo di aver pubblicato sul social network alcuni post e commenti dal contenuto diffamatorio.
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Insulti su Facebook possono costare il carcere, lo dice la Cassazione
La Suprema Corte ha stabilito che per le offese sul social network la competenza non è del Giudice di Pace ma del Tribunale ordinario. La diffamazione tramite Facebook può essere punita con il carcere. Lo ha deciso la Prima sezione penale della Corte di Cassazione. I giudici sono stati chiamati a decidere su una querela che nel 2010, in seguito a una burrascosa separazione, una donna aveva presentato nei confronti dell'ex marito accusandolo di aver pubblicato sul social network alcuni post e commenti dal contenuto diffamatorio.
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Diffamazione su Facebook, per giudice aggravante come per stampa
Insultare qualcuno sulla propria pagina Facebook può essere considerato «un delitto di diffamazione aggravato dall'aver arrecato l'offesa con un mezzo di pubblicità» equiparato «sotto il profilo sanzionatorio alla diffamazione commessa con il mezzo della stampa». Lo stabilisce una sentenza del tribunale di Livorno, come riferisce Il Tirreno, le cui motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi.
Al centro del caso le affermazioni di Rossella Malanima, 27 anni: poco dopo essere stata licenziata dal centro estetico in cui lavorava, la ragazza ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook affermazioni offensive contro l'azienda e l'ex datore di lavoro. La ventisettenne aveva usato anche espressioni a sfondo razzista nei confronti dell'uomo, che è albanese.
Il giudice ha richiamato l'articolo 595, terzo comma del codice penale, in cui il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l'offesa sia recata con il mezzo della stampa così come attraverso «qualsiasi altro mezzo di pubblicità». Secondo la sentenza, Facebook ha una «diffusione incontrollata».
Esprimersi su Facebook implica quindi una «comunicazione con più persone alla luce del cennato carattere pubblico dello spazio virtuale in cui si diffonde la manifestazione del pensiero del partecipante che entra in relazione con un numero potenzialmente indeterminato di partecipanti e quindi la Conoscenza da parte di più persone e la possibile sua incontrollata diffusione». La giovane livornese è stata condannata a pagare una multa di 1.000 euro.
Fonte: ANSA
Via: La Stampa
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Sentenza a Livorno: offesa su Facebook è diffamazione a mezzo stampa
Potrebbe essere un caso destinato a fare da precedente nel mondo dei social network. La storia in questione vede come protagonista una giovane ragazza di 26 anni, Rossella Malanima di Livorno che, licenziata dal centro estetico per il quale ha lavorato nel mese di maggio 2011, molto probabilmente in preda alla rabbia ha ben pensato di sfogarsi contro il suo datore di lavoro usando la tecnologia.
La ragazza ha prima inviato una mail all’uomo, salvo poi passarlo a insultare direttamente sulla sua bacheca di Facebook. Dal raccomandare i clienti a non frequentare il centro per motivi di scarsa igiene, Rossella ci è decisamente andata sul personale scrivendo sulla bacheca Facebook dell’ex datore: "Sei un albanese di m….", usando come pretesto la sua nazionalità.
Proj Gjergji, questo il nome dell’uomo, si è dunque presentato in Procura con il suo avvocato e 3 messaggi simili per denunciare la giovane, iscritta nel registro degli indagati ai sensi dell’articolo 595 terzo comma del codice penale, relativo alla diffamazione a mezzo stampa. La 26enne Rossella, per mezzo del suo legale Danilo Adoncecchi, ha scelto il rito abbreviato.
Nella sentenza, arrivata lunedì, il giudice Antonio Pirato ha condannato la donna a una multa di 1.000 euro, al pagamento delle spese processuali e a versare alla vittima 3.000 euro come risarcimento danni. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 60 giorni. A rischiare, pertanto, non sono solo i giornalisti, ma tutti coloro che offendono sui social network.
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Gruppi bestemmia su Facebook, si rischia multa fino a 309 euro
Per gli irriducibili della bestemmia su Facebook può scattare la denuncia. Il blog cattolico Pontifex.Roma ha infatti dichiarato guerra ai gruppi sul social network che propagandano la bestemmia, denunciandoli penalmente e chiedendone "l'immediato oscuramento". La denuncia è stata presentata ai sensi dell'articolo 724 del Codice Penale - così come modificato da una sentenza della Consulta nel 1995 e da un decreto legislativo del 1999 - che punisce "chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità".
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Offende Cc su Facebook per multa non contestata, denunciata
All’origine dello "sfogo" su Facebook da parte di una 19enne reggiana, una presunta multa di 40 euro ricevuta dai militari per aver parcheggiato la propria vettura in un’area con divieto di sosta. "Quaranta euro per un divieto di sosta?" E poi giu' offese pesanti ai Carabinieri della Stazione di Toano. Si e' sfogata così su Facebook la ragazza che, nella convinzione di essere stata multata, ha imprecato sul social network contro i militari della cittadina emiliana. Come in ogni piazza, pur se virtuale, la sfuriata della ragazza ha infastidito qualcuno che ha seganalato l'accaduto ai Carabinieri che si sono immediatamenti collegati al sito web. La ragazza e' stata denunciata a piede libero alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia per vilipendio alle forze armate. In questo pero' la pena va' dai 1000 ai 5000 euro. L'art. 290 c.p., da ultimo modificato dalla L. 24-2-2006, n. 85, in materia di reati di opinione, punisce chiunque vilipende la Repubblica, le Assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo o la Corte Costituzionale o l'ordine giudiziario oppure la Forze armate dello Stato e quelle della liberazione. Il vilipendio, per costituire delitto, deve essere commesso pubblicamente (art. 266, co.2, c.p.). Sulla pagina personale della giovane campeggiavano gli insulti ma la multa, da quanto risulta dai verbali, non le era mai stata contestata. Il messaggio e' stato acquisito dai militari mentre a nulla e' valso il fatto che la 19enne, forse pentita, ha poi rimosso il 'post'. L’ansia da condivisione, inaugurata da Facebook, fa di questi scherzi, rivelandosi un’arma a doppio taglio, tra diario privato e piazza pubblica.
Via: Il Quotidiano Italiano
Foto dal web
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Svaligiano casa su Facebook, Polizia Postale indaga
È tornata a casa e l'ha trovata vuota. Il divano di marca, l'idromassaggio e le conchiglie, l'acquario, il tavolo da biliardo, la parete attrezzata, gli specchi. Non c'era più nulla. Niente quadri sui muri, tappeti e tende acquistate con gusto e ricercatezza. Hanno portato via anche il cordless di ultima generazione. Due anni di sacrifici volati per colpa di un hacker.
Sì, perché il «colpo» subìto da Paola Letizia, 44 anni, una palermitana che lavora al Pubblico registro automobilistico, è stato virtuale come virtuale era la sua casa costruita in uno dei giochi di Facebook più noti: «Pet society». Paola non si è rassegnata, si è rivolta agli avvocati Mauro Torti e Ivano Natoli e ha presentato una denuncia: la Procura di Palermo ha aperto un'indagine e adesso la polizia postale dà la caccia al pirata che si è introdotto nell'account di posta elettronica della donna e le ha «svaligiato» la casa virtuale.
Un'abitazione che esiste solo sul social network, ma che la protagonista considera un'autentica proprietà. Sette stanze arredate in stile moderno con un gatto, anch'esso virtuale, che lei aveva chiamato Blue Cat, e che è rimasto solo. Già, il ladro-hacker, nell'appartametno vuoto, ha lasciato solo lui.
Il pm Marco Verzera aveva chiesto l'archiviazione del caso, ma i legali si sono opposti e il gip Fernando Sestito ha imposto la prosecuzione delle indagini per «introduzione abusiva e aggravata» nella corrispondenza elettronica e nelle attività ad essa collegate: un reato punito con l'articolo 615 e che prevede una pena da uno a cinque anni. All'impiegata hanno rubato la password e violato l'account di posta elettronica, passaggio obbligato per andare alla sua casetta di Pet Society.
Fonte: La Stampa
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