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Insulti su Facebook possono costare il carcere, lo dice la Cassazione


La Suprema Corte ha stabilito che per le offese sul social network la competenza non è del Giudice di Pace ma del Tribunale ordinario. La diffamazione tramite Facebook può essere punita con il carcere. Lo ha deciso la Prima sezione penale della Corte di Cassazione. I giudici sono stati chiamati a decidere su una querela che nel 2010, in seguito a una burrascosa separazione, una donna aveva presentato nei confronti dell'ex marito accusandolo di aver pubblicato sul social network alcuni post e commenti dal contenuto diffamatorio.

Usa: mette su Facebook foto con figlia, poi la uccide e tenta suicidio


Un giovane padre posta la foto della figlia di 19 mesi su Facebook e la uccide con una pistola che poi punta su di sè. Per la piccola non c'è stato nulla da fare, mentre Merrick McKoy è ricoverato in ospedale. E' successo nella mattinata di lunedì a Westmister in Colorado e il motivo della azione estrema dell'uomo è una lite furibonda con la mamma della bimba, Kim Phanthavongsa. 

Sul profilo del social network, il 22enne aveva pubblicato: "Ti avevo detto che non avrei potuto vivere senza di te, forse pensavi stessi giocando, adesso io e mia figlia ci togliamo di mezzo". Poi il suo ultimo post: "Non giudicatemi non avevo scelta". Sotto choc Kim, 21 anni, che ha raccontato alla polizia di essersi svegliata con la pistola puntata e poi di essere riuscita ad andare dai vicini per chiamare il 911.


McKoy è sopravvissuto alla ferita d'arma da fuoco ed è stato ricoverato in ospedale in Colorado. La giovane ha spiegato che Merrick era un ragazzo molto geloso e possessivo. McKoy era stato anche oggetto di un ordine restrittivo dopo un incidente di violenza domestica nei confronti di Kim. Era stato accusato di aggressione, furto con scasso, violazione di domicilio e molestie.

La polizia ha detto che su McKoy era stato emesso un ordine restrittivo della libertà personale che gli vietava di essere in quel appartamento. McKoy era stato arrestato dalla polizia di Westminster il 27 settembre ed un giudice della contea di Adams aveva emesso l'ordine tre giorni dopo, il 30 settembre, lo stesso giorno che McKoy è stato rilasciato dal carcere dopo l'invio di 20.000 dollari di cauzione.


Fonte: AGI
Via: WCPO
Foto: Facebook

Gip Palermo, divieto di Facebook ai magistrati del Palazzo di Giustizia


Una circolare del presidente della sezione gip del tribunale di Palermo mette dei paletti all'utilizzo di Facebook da parte dei giudici. Chiede loro di evitare contatti con gli organi di stampa e di non parlare di temi riconducibili a questioni di ufficio. Sono molti i magistrati del palazzo di giustizia ad avere profili Facebook e a contare, tra gli amici anche diversi giornalisti.

Una circostanza che, secondo il presidente Cesare Vincenti, potrebbe far sorgere conflitti all'interno dell’ufficio, sollevare dubbi sulla terzietà del giudice o anche creare situazioni imbarazzanti con l’ufficio della Procura della Repubblica. Come scrive Repubblica.it, la circolare è stata diramata in un momento particolarmente delicato, come l'assegnazione del procedimento per la trattativa Stato-mafia.

E le polemiche sulla distruzione delle intercettazioni che riguardano il presidente della Repubblica. Scrive Vincenti: "Appare assolutamente inopportuno interloquire su facebook o altri social network su tematiche non di carattere privato o comunque riconducibili a questioni di ufficio. Invito pertanto tutti alla adesione a modelli di comportamento improntati al massimo riserbo e ad evitare esternazioni in rete comunque riferibili a questioni di ufficio".

Una nota di apprezzamento è stata espressa dalla Camera penale: "La Camera Penale 'G. Bellavista' di Palermo esprime piena condivisione rispetto al contenuto della nota del Presidente dei Gip di Palermo. La riservatezza del magistrato giudicante, sintomo di elevata professionalità, rappresenta un valore imprescindibile a tutela del principio di Terzietà e di Imparzialità del Giudice".

Coppia in divorzio: giudice ordina scambio password Facebook


Un giudice della Suprema Corte New London del Connecticut ha ordinato ad una coppia in fase di divorzio di scambiarsi i dati di accesso a Facebook e di tutti i siti di appuntamenti online ai quali erano iscritti, così che i rispettivi avvocati potessero cercare prove incriminanti per entrambi. 

Inoltre, il giudice Kenneth ha intimato a Stephen e Courtney Gallion di non cambiare le password di accesso o rimuovere prove compromettenti: cosa che invece, secondo il legale del marito, la moglie stava facendo subito dopo la richiesta in udienza del giudice. Da qui l’ingiunzione presentata alla corte ed accettata. 

"Consiglio alle parti di scambiarsi le password di accesso a Facebook e ad altri siti di appuntamenti, ma nessuno di loro potrà accedere ai siti e lasciare messaggi spacciandosi per l’altro", si legge nell’ordine del giudice Shluger che però viola comunque le regole di Facebook al punto 4. 

Prima di procedere con questa richiesta l’avvocato Gary Traystman si era accertato che anche il signor Gallion non avesse qualche segreto online. Secondo il legale, Stephen Gallion aveva avviato le pratiche della separazione, chiedendo la custodia completa dei figlia, dopo aver scoperto alcune mail nel pc che divideva con la moglie in cui Courtney raccontava della sua incapacità di prendersi cura dei figli e di come non si sentisse bene ad essere madre. 

Il signor Gallion si era così convinto che nell'account Facebook della signora ci fossero prove ben più compromettenti. Non è la prima volta che una Corte richiede le password dei profili dei social network per fare luce su un caso. L'ultimo in Pennsylvania il mese scorso in una causa di diffamazione.

Fonte: Forbes
Via: Il Corriere della Sera

Parla male su Facebook del datore di lavoro, licenziato


Licenziato per un commento pesante sul datore di lavoro lasciato su internet. E' successo ad un dipendente di un supermercato trentino. Il secondo round della battaglia legale tra azienda e lavoratore lo vince Trento Sviluppo, società da cui dipende il Superstore di Trento dove lavora Paolo Rossato (ma ora dovrà restare a casa senza stipendio). Il Tribunale ha infatti accolto il reclamo contro il provvedimento del giudice Giorgio Flaim che in via cautelare aveva ordinato il reintegro del dipendente. Il caso però non si chiude con l'ordinanza dei giudici Carlo Ancona, Aldo Giuliani e Roberto Beghini. Anzi, in un certo senso questo è solo l'inizio. A breve l'avvocato Sonia Guglielminetti, legale di Rossato, impugnerà il licenziamento. La questione dunque tornerà di fronte al giudice per l'istruttoria che si annuncia complessa perché più che su temi giuridici la causa si giocherà sul terreno dell'informatica. Tutti, infatti, sono d'accordo sul fatto che la frase attribuita al profilo Facebook del lavoratore sia gravemente diffamatoria e passibile di licenziamento in tronco: "Questi sono quelli che vendono carne scaduta: attenzione soprattutto al pollame". In questo senso la dura reazione del Superstore è comprensibile. La difesa però sostiene che a scrivere quelle parole e a creare quel profilo Facebook non sarebbe stato Rossato. I giudici pero' parlano di indizi ''gravi, precisi e concordanti''.