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Corte Ue: Facebook può essere obbligata a togliere post diffamatori


Facebook potrebbe essere obbligata a ricercare e identificare eventuali commenti che violano l'onore. Questa opinione è stata espressa dall'avvocato generale della Corte di giustizia europea (CGCE), Maciej Szpunar, in una causa tra Facebook Ireland ed Eva Glawischnig-Piesczek, deputata al Parlamento austriaco e presidente del gruppo dei Verdi, che ha chiesto ai giudici austriaci di emettere un'ordinanza cautelare nei confronti del social network. Tuttavia, la normativa UE non disciplina se Facebook può essere costretta a cancellare i commenti in questione in tutto il mondo.

Insulti su Facebook possono costare il carcere, lo dice la Cassazione


La Suprema Corte ha stabilito che per le offese sul social network la competenza non è del Giudice di Pace ma del Tribunale ordinario. La diffamazione tramite Facebook può essere punita con il carcere. Lo ha deciso la Prima sezione penale della Corte di Cassazione. I giudici sono stati chiamati a decidere su una querela che nel 2010, in seguito a una burrascosa separazione, una donna aveva presentato nei confronti dell'ex marito accusandolo di aver pubblicato sul social network alcuni post e commenti dal contenuto diffamatorio.

Class action dei genitori per acquisti fatti dai minorenni su Facebook


Una class-action, simile a quella affrontata da Apple e Google, per gli acquisti fatti dai ragazzini senza il consenso dei genitori. È quella che si prepara ad affrontare Facebook, autorizzata da un tribunale californiano per presunte violazioni della legge dello Stato Usa sul rimborso degli acquisti effettuati. Il caso è nato nel 2012, a intentare la causa i genitori di un gruppo di minorenni che hanno acquistato, senza la loro autorizzazione, crediti virtuali da usare nei giochi online.

Voleva conoscere una donna su Facebook: arrestato latitante a Rende


E' stato tradito da Facebook e dalla voglia di incontrare e conoscere una donna. Si è conclusa in questo modo a Rende la latitanza di Giuseppe Quagliarello, di 31 anni, ricercato dal giugno scorso perché destinatario di una ordinanza di custodia cautelare emessa dai giudici del tribunale di Napoli. Quagliarello viveva tranquillamente in un appartamento a Rende dove si era trasferito da giugno, subito dopo essere sfuggito al provvedimento restrittivo, e conduceva una vita normalissima. 

Il latitante aveva trovato lavoro anche come stagionale in una struttura alberghiera della costa tirrenica. Da alcune settimane gli agenti della Squadra Mobile di Cosenza avevano individuato il profilo Facebook del latitante e lo hanno contattato attraverso la creazione di un profilo esca femminile. Tra la Polizia ed il latitante ci sono stati alcuni contatti che hanno consentito di individuare in modo preciso il luogo dove si trovava. 

Attraverso il profilo del social network è stato stabilito un primo contatto, al quale hanno fatto seguito alcune telefonate, in particolare con una poliziotta della Squadra Mobile che si è finta utente del profilo. L'agente è riuscita a creare un rapporto di fiducia con Quagliarello e, dopo numerosi contatti, ha fissato un appuntamento, per incontrare il ricercato.

All'incontro però si sono presentati anche gli agenti della Squadra Mobile, che hanno arrestato il latitante. L'uomo non ha opposto resistenza e, dopo gli accertamenti di rito, è stato accompagnato nel carcere di Cosenza. Il latitante era ricercato dal giugno scorso per i reati di violenza privata, minacce aggravate dall'uso di armi e da metodi mafiosi. Quagliarello avrebbe minacciato i familiari di un pentito, sottoposti a programma speciale di collaborazione. 

In particolare avrebbe cercato di indurre la moglie del collaboratore di giustizia a mettersi in contatto con i suoi familiari per avere notizie sull'arresto del marito, sul suo cambio di avvocato e sul luogo di detenzione nonché sul luogo di residenza della stessa e sul perché di tutti questi fatti non fossero stati informati i "compagni". I reati contestati a Quagliarello sono aggravati dal fatto di far parte di una organizzazione di tipo mafioso, capeggiata dai fratelli De Micco e collegata con il clan Cuccaro di Barra.

Fonte: RaiNews24 

Zuckerberg obbligato per contratto a far sesso con la moglie Priscilla


Priscilla Chan, che ha sposato Mark Zuckerberg l'anno scorso dopo un lungo fidanzamento in una cerimonia di basso profilo in linea con i miliardari della Silicon Valley (con viaggio di nozze in Italia), ha preteso che all'interno del patto prematrimoniale una postilla molto singolare: il marito dovrà garantire alla compagna una sessione di sesso "almeno" una volta a settimana, e dovrà inoltre "donarle" altri 100 minuti ogni sette giorni di "tempo di qualità". 

Se in Italia non è una pratica molto diffusa negli Stati Uniti invece  il "Love Contract", vale a dire il contratto prematrimoniale che si suggella prima di convolare a nozze, spopola tra vip e non. C'è ad esempio chi impone alla futura moglie di non ingrassare, pena multe che arrivano fino ai 100.000 dollari. Come riporta il New York Daily News, questo genere di contratti permettono di risolvere una serie di problematiche prima che queste emergano. 

"Le clausole sullo stile di vita sono in aumento - ha spiegato l'avvocato matrimonialista Robert Wallack - una volta era nel bene e nel male, e accettavi quello che succedeva. Ora le persone vogliono dettare come la coppia vivrà all'interno del matrimonio". Tra gli argomenti più comuni anche il tradimento all'interno della coppia. Jessica Biel pare abbia un accordo con Justin Timberlake: se lui la tradisse, lei riceverebbe 500mila dollari in cambio.

Un accordo anche più alto tra Michael Douglas e la moglie Catherine Zeta-Jones: in caso di divorzio lei riceverebbe 2,8 milioni di dollari per ogni anno di matrimonio e, se lui la tradisse dovrebbe darle un bonus di 5 milioni di dollari. E non si tratta solo di tradimenti fisici, ma anche della fiducia: se il cantante Keith Urban, che ha un passato da cocainomane, tornasse a usare stupefacenti, perderebbe ogni diritto sulla fortuna della moglie Nicole Kidman.

La clausole possono riguardare diversi aspetti dello stile di vita - dai rapporti con i suoceri, a quanti e quali animali tenere in casa, dalla forma che il partner deve mantenere alla rilevanza degli hobby nel tempo libero. E se anche non sono vincolanti possono comunque agire da deterrente, uno stimolo mantenere viva la relazione e a non lasciarsi andare. Tuttavia, se ogni tanto non riesce a rispettare l'impegno, non dovrebbe essere causa di divorzio.

Facebook dovrà affrontare la causa per violazione marchio Timeline


Facebook ha recentemente effettuato un lifting alla Timeline, ma ora dovrà difendersi in tribunale dall'accusa di Timelines.com, un sito che dal 2011 gli chiede i danni per aver utilizzato questo nome per la funzione Diario. Il giudice distrettuale John W. Darrah  ha stabilito di recente che Facebook non ha dimostrato che la "timeline" è un termine generico da possedere in esclusiva.

Timelines.com ha citato Facebook sul suo uso del termine "timeline". L'azienda afferma che ha il marchio esclusivo del termine, e che Facebook lo sta usando illegalmente. Facebook ha sostenuto che Timeline è un termine generico che non si applica esclusivo in questo caso. Tuttavia, Darrah ha scritto in una sentenza che Facebook non è stato in grado di dimostrare che:

"In questa fase del procedimento, non è irragionevole concludere che per questo gruppo di utenti, 'timeline (s)' ha acquisito un significato specifico associato ricorrente". Douglas Albritton, l'avvocato di Timelines.com, ha parlato brevemente con Bloomberg della sentenza, dicendo di essere "felice". "Siamo soddisfatti della sentenza", ha detto Albritton in un'intervista telefonica.

"Il suo cliente chiede risarcimento danni equivalenti a Facebook timeline derivate dalle entrate pubblicitarie", ha aggiunto. Facebook ha rifiutato di commentare. La società Timelines dice che la sua è una particolare applicazione, che "fornisce un sito web che offre agli utenti la possibilità di creare pagine Web personalizzate contenenti informazioni definite dall'utente".

L'azienda dice di "aver passato anni a sviluppare questo marchio e utilizzarlo nel modo sopra indicato sul sito, Timelines.com". Facebook ha in seguito controquerelato l'azienda. Le parti possono trovare ancora  un accordo extra-giudiziario. Il "jury trial" inizierà il 22 aprile 2013, giorno in cui si aprirà il processo incriminatorio con l'esame delle documentazioni da parte della giuria.


Via: Bloomberg

Facebook citato in giudizio per violazione di brevetto sul bottone Like


Facebook si trova ad affrontare un'azione legale sull'uso del pulsante "mi piace" e altre caratteristiche della rete sociale. E' stato citato in giudizio da una compagnia patent-holding che agisce per conto di un programmatore olandese morto chiamato Joannes Everardus Jozef van Der Meer. La Rembrandt Social Media ha detto che il successo di Facebook si è basato, in parte, sull'utilizzo di due brevetti di Van Der Meer senza permesso.

Una causa legale [pdf] è stata depositata in un tribunale federale della Virginia da Rembrandt Social Media. "Crediamo che i brevetti di Rembrandt rappresentano una base importante del social media come noi lo conosciamo, e ci aspettiamo che giudice e giuria possano giungere alla stessa conclusione sulla base degli elementi", dice l'avvocato Tom Melsheimer, avvocato di Rembrandt, che rappresenta il brevetto titolare.

La Rembrandt Social Media ha presentato la querela il 5 febbraio 2013, presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Orientale della Virginia. La Rembrandt ora possiede i brevetti delle tecnologie di Van Der Meer utilizzate per costruire una rete sociale neonata, chiamata SurfBook, prima della sua morte nel 2004. Van Der Meer ha concesso il brevetto nel 1998, cinque anni prima della prima apparizione di Facebook. 


SurfBook.com era un diario sociale che voleva condividere le informazioni delle persone con amici e familiari e approvare alcuni dati utilizzando un pulsante "like", secondo i documenti legali depositati da Fish & Richardson. Fish & Richardson ha anche citato nella stessa domanda giuridica un'altra società di social media chiamata Add This Inc. Secondo la causa, Facebook ha violato i brevetti US Patent n. 6.415.316 e n. 6.289.362

Add this Inc., società di social media con sede a Vienna, in Virginia è stata accusata di violare il brevetto '362. Fish & Richardson è uno studio legale globale che fornisce consulenza strategica e servizi di contenzioso ai clienti innovativi che cercano di proteggere e massimizzare il valore della loro proprietà intellettuale (IP). L'azienda ha più di 400 avvocati e specialisti della tecnologia IP che praticano strategia e consulenza. 

Fish è stata sempre scelta per la sua alta professionalità tecnica e per i grandi risultati ed è stata nominata azienda top per contenzioso brevettuale nel paese per nove anni consecutivi. I giornali dicono anche che Facebook è a conoscenza dei brevetti in quanto li ha citati nella proprie applicazioni per brevettare alcune tecnologie di social networking. Facebook ha detto di non avere commenti da fare sulla causa o le sue pretese.

Fonte: BBC

Pubblicare foto o musica di altri su Facebook senza permesso è reato


Pubblicare immagini su Facebook o caricare canzoni sul profilo del social network MySpace, senza indicarne la paternità, è un reato e può costare caro. La decisione è del Tribunale di Genova che ha condannato un musicista jazz di 26 anni a una multa di 1.200 euro per violazione della legge penale sul diritto d’autore. La vicenda risale al 2009 e vedeva coinvolti due musicisti e una fotografa professionista. 

Secondo l’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati, il musicista aveva messo a disposizione del pubblico, in particolare degli utenti di Facebook e del sito musicale MySpace, 15 foto che lo ritraevano senza chiedere il permesso alla fotografa che le aveva scattate. Inoltre aveva pubblicato alcuni brani musicali, registrati alla SIAE, composti da lui e da un altro collega, attribuendosene l’esclusiva paternità. È stato condannato. 

"Chi carica foto, video o canzoni su Facebook o MySpace - ha spiegato l’avvocato David Maria Mascia - spesso e volentieri dimentica che, con l’adesione alle condizioni generali d’uso, ha già dichiarato, magari contro il vero, di esserne l’esclusivo proprietario e ha già autorizzato il social network a farne l’utilizzo che meglio ritiene. Ciò non toglie che il diritto del vero autore rimanga presidiato dalla normativa di settore, anche con sanzioni penali".

La recente legge 248/00, modificando la legge 633/41, sempre attuale in materia di diritto d'autore, ha introdotto ulteriori ipotesi al fine di combattere la pirateria e la contraffazione, anche quella che si realizza via Internet. In realtà, la distribuzione e lo scambio di materiale musicale che avviene tra utenti della rete è da considerarsi chiaramente illegittima se non espressamente autorizzata dall'autore o da chi detiene i diritti economici dell'opera.

Fonte: ANSA
Via: La Stampa
Foto dal web

Annunciata class action contro Facebook su collocamento in borsa


Scattano le azioni legali contro Facebook e le banche d'affari che ne hanno curato il debutto in borsa. Almeno tre studi legali hanno annunciato infatti di stare avviando una class action contro il social network e i suoi consulenti finanziari dopo l'andamento del suo collocamento da 16 miliardi di dollari.Tra le accuse rivolte a Facebook e ai curatori dell'Ipo, quella di presunte omissioni nelle informazioni agli investitori.

Facebook ha debuttato in borsa venerdì scorso con il secondo più grande collocamento di sempre, ma le sue azioni hanno perso circa il 18% nei primi tre giorni di trading. Questo ha fatto nascere sospetti sulla possibilità che le grandi istituzioni finanziare possano aver avuto informazioni ed analisi privilegiate dai coordinatori del collocamento che le avrebbero spinte a disfarsi delle azioni mentre i piccoli investitori pagavano il conto.

Lo studio legale Robbins Geller Rudman & Dowd ha annunciato di aver presentato un esposto alla Corte distrettuale di New York contro Facebook e i suoi manager per una presunta violazione della legislazione finanziaria. ''L'esposto - spiegano i legali - sostiene che la documentazione ed il prospetto informativo pubblicati in occasione dell'Ipo fossero falsi e fuorvianti in violazione del Securities Act''.

Anche lo studio Lieff Cabraser Heimann & Bernstein ha annunciato di aver avviato una class action contro Facebook ed il consorzio di collocamento per presunte violazioni di legge nella documentazione dell'Ipo. I legali di Los Angeles, Glancy, Binkow & Goldberg, hanno dichiarato di aver presentato un analogo esposto. Tutti e tre gli studi hanno fatto appello agli investitori perchè si uniscano alle azioni legali.

Fonte: ASCA-AFP
Foto dal Web

Schettino insultato su Facebook, ma è un omonimo e fà causa


Accetta 200 richieste di amicizia in un giorno su Facebook e la bacheca si riempie di insulti. Si chiama Francesco Schettino e non è il capitano della Concordia, come invece hanno pensato i suoi nuovi "amici", ma un parrucchiere campano di 25 anni. Dopo varie segnalazioni al social network, rimaste senza risposta, Schettino ha deciso di fare causa a Facebook. 

Residente a Reggio Calabria dove lavora, il ragazzo si è iscritto al social qualche anno fa, come tanti suoi coetanei. Per lui un rapporto discreto e sereno con la sua vita virtuale: circa un centinaio di amici, e un accesso di qualche minuto al giorno. Ma dopo la terribile tragedia della Costa Concordia, in un solo giorno ha ricevuto circa 200 richieste di amicizia. Ingenuamente ha accettato e, da allora fino ad oggi, ha cominciato a vedere apparire sulla propria bacheca gli insulti e gli epiteti peggiori. 

Oltre a nuove e sempre più numerose richieste di amicizia. A nulla sono valse le "pubblicazioni" in bacheca del povero ragazzo che spiegava che non era lui il "Francesco Schettino incriminato". Dopo l'ennesima segnalazione agli amministratori del social network del disguido arrecato al suo profilo, anche dal fatto che lo stesso non appare più facilmente accessibile per i troppi "gruppi" nati in pochi giorni "pro e contro", il Francesco Schettino "vero", tramite i propri legali Marco Angelozzi e Giacinto Canzona, ha deciso di agire legalmente contro il noto social network.

Questo per il risarcimento degli intuibili danni derivanti a Schettino  (sottoposto attualmente al regime degli arresti domiciliari), almeno in parte, dall'inerzia del gestore Facebook nel non provvedere a controllare, nonostante le segnalazioni più volte reiterate, l'iscrizione e l'accesso di persone sconosciute sul proprio profilo personale.

Fonte: TM News

Molestava l'ex fidanzata su Facebook, Cassazione: è stalking


Daniela, 20 anni, salernitana, dopo aver lasciato il suo fidanzato Mirko, 22 anni e' stata oggetto di ''ossessive e petulanti attenzioni e molestie'' da parte dello stesso, concretizzatesi in invii di decine di sms ed mms al giorno ed ancora continui messaggi di posta elettronica e scritte sulla bacheca del profilo Facebook della giovane donna, tanto che la ragazza e' stata costretta a denunciarlo per stalking. E cosi' il giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Salerno con un provvedimento confermato dal Tribunale del Riesame, applicando le nuove disposizioni contemplate per i reati di stalking, ha sancito il divieto per il ragazzo di avvicinarsi alla propria ex fidanzata. Ma il giovane non c'e' stato e tramite i suoi legali ha deciso di presentare ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, per la prima volta, con sentenza notificata qualche giorno fa ai difensori della ragazza Giancarlo Calzone e Loreno Attore ha confermato la decisione dei giudici dei precedenti gradi di giudizio stabilendo l'importante principio che e' legittimo il divieto di avvicinarsi al proprio ex ragazzo in caso di molestie consumate anche tramite il noto social network. Lo stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento con il decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11 (convertito in Legge 23 aprile 2009, n. 38), che ha introdotto all’art. 612 bis c.p. il reato di “atti persecutori”, espressione con cui si è tradotto il termine di origine anglosassone to stalk, (letteralmente “fare la posta”), con il quale si vuol far riferimento a quelle condotte persecutorie e di interferenza nella vita privata di una persona.

Via: La Stampa
Foto dal Web

Gb, un utente su dieci lascia in eredità la password di Facebook


I social network sono ormai strumenti così importanti nella nostra vita che sempre più persone decidono di lasciare in eredità a figli o parenti la password per l’accesso al proprio profilo. Secondo quanto riportato dal sito del quotidiano britannico The Telegraph, uno studio condotto all’Università di Londra dalla società di cloud computing Rackspace, ha dimostrato che una persona su dieci nel Regno Unito provvede a lasciare la chiave di accesso a Facebook, Flickr o Tumblr nel proprio testamento. 

Lo studio ha rilevato inoltre che più di un quarto degli abitanti in Gran Bretagna intende lasciare in eredità ai propri cari tutta la musica e i film da loro salvati online, materiale che spesso vale centinaia di sterline. “Un numero crescente di persone vuole che le loro identità virtuali vengano gestite anche dopo la loro morte”, scrive Emma Barnett sul Telegraph. 

“Vogliono che le loro famiglie abbiano accesso a video e foto personali, che sempre più spesso vengono salvate nell’etere invece che racchiuse nei classici album”. Quella di lasciare in eredità le password - spiega il Telegraph - è una pratica in aumento perché le persone, in Gran Bretagna come nel resto del mondo, hanno notato che le bacheche di Facebook dei defunti diventano bersaglio facile per gli hacker e gli spammer. 

Non è un caso infatti che l’Unione Europea stia anche vagliando l’ipotesi di varare leggi che consentano ai parenti di avere un più facile accesso. A proporre la legge è stata Viviane Reding, commissario di giustizia alla UE, che qualche settimana fa ha dichiarato: "Vorrei chiarire che le persone dovrebbero avere il diritto legale, e non solo la possibilità, di lasciare in eredità il loro consenso al trattamento dei dati”. E' comunque possibile segnalare il profilo Facebook di una persona deceduta attraverso l'apposito form.

Via: Tgcom

Collaboratori di giustizia comunicavano via chat su Facebook


I pentiti baresi si metterebbero d’accordo, attraverso la chat di Facebook, sulle versioni da rendere agli inquirenti. E' soltanto un'indiscrezione che è trapelata negli ambienti investigativi e che, da alcuni giorni, circola anche tra gli avvocati penalisti baresi. Alcuni collaboratori di giustizia, con identità false create per non essere riconoscibili, comunicherebbero via internet,  chat su Facebook, per decidere cosa dichiarare a pm e investigatori per essere ritenuti più credibili. Pentiti che, alla luce di questa indiscrezione, potrebbero rilevarsi inaffidabili. L’indiscrezione non ha trovato ancora conferme, anche se sembra che la magistratura stia indagando per capire l’attendibilità della notizia. Qualche giorno fa, dal carcere, il collaboratore di giustizia del clan Di Cosola Antonio Roberto inviò una lettera in cui chiedeva scusa ai suoi ex compagni di crimine per essersi pentito, annunciando che avrebbe ritrattato tutto quanto dichiarato sinora. "Voglio ritrattare tutto. Purtroppo ho sbagliato ma in quel momento non ero io, non so cosa mi e' preso, ma ora che sono lucido voglio sistemare tutto", sono alcuni stralci della lettera. Destinatari della missiva alcuni detenuti del clan a cui Roberto chiede scusa, riferendosi alla decisione del pentimento come un momento in cui 'aveva perso la testa'. La lettera potrebbe costare a Roberto l'esclusione dal programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

Omicidio Rea, analisi archivi del profilo Facebook di Parolisi


Arrivano in California le indagini sulla morte di Melania Rea, la mamma di 29 anni di Somma Vesuviana uccisa e trovata morta nel bosco di Ripe di Civitella, nel teramano, il 20 aprile scorso. Grazie a una rogatoria internazionale, ottenuta dalla Procura di Ascoli Piceno, gli investigatori potranno consultare gli archivi telematici di Facebook in California e analizzare il contenuto di eventuali messaggi cancellati dal profilo di Salvatore Parolisi. 

"Dal profilo Facebook di Parolisi possono emergere spunti investigativi, ma non delle prove. Il momento focale dell'inchiesta ci sara' solo quando queste informazioni saranno incrociate con i dati della relazione di Tagliabracci sull'esame cadaverico e delle indagini scientifiche dei Ris sui reperti raccolti. Non prima". 

Cosi' all'AGI il comandante provinciale dei carabinieri di Ascoli Piceno Col. Alessandro Patrizio, nel commentare le ricerche gia' in fase avanzata, da parte sempre di ufficiali dell'Arma, fatte direttamente presso la sede del social network americano, a Palo Alto, in California, per scoprire se nei contatti del caporalmaggiore dell'esercito con la sua amante - la soldatessa ed ex sua allieva Ludovica P. - siano nascosti elementi utili per le indagini in corso sull'assassinio brutale di Melania Rea, moglie dello stesso militare. 

Il caporalmaggiore dell’esercito indagato per l’omicidio volontario della moglie, è tornato intanto ad Ascoli per riprendere il lavoro nella caserma "Clementi", dove ha svolto finora il ruolo di addestratore delle reclute.

Via: AGI

Offende gli alunni in chat Facebook, maestra denunciata


Alcuni alunni di prima elementare sarebbero stati offesi con parole molto pesanti tramite la chat di Facebook dalla loro maestra. La chat tra le maestre è stata scoperta dai genitori di alcuni alunni che frequentano la scuola in centro città a Livorno. Papà e mamma di un bambino con problemi comportamentali si sono rivolti ad un avvocato per presentare una querela. 

Tra i comportamenti contestati all'insegnante ci sarebbe anche un percorso di esclusione di un bambino autistico. Le parole al centro della vicenda sarebbero state scritte a gennaio scorso dalla maestra sul social network durante alcune conversazioni con alcune colleghe. 

I bambini sarebbero stati definiti con parole come "parac..., rompic...", mentre la maestra avrebbe anche sollecitato una collega a cambiare di posto un bambino autistico per ridimensionare alcune tensioni con la famiglia del ragazzino. I genitori di quest'ultimo si sono rivolti a uno studio legale che ha presentato querela alla Procura ipotizzando i reati di ingiurie e tentativo di maltrattamenti psicologici. 

"L’episodio riportato dalla stampa locale è a dir poco sconcertante, ci lascia basiti. [...] Chiediamo che su episodi come quello verificatosi alla scuola De Amicis si faccia la massima chiarezza, aumentando i controlli da parte del Dirigente Scolastico Regionale". Questo il commento preoccupato dei consiglieri regionali del Pdl Marco Taradash e Tommaso Villa alla notizia delle offese subite da alcuni alunni su Facebook, per mano di maestre della scuola elementare di Livorno.

Fonte: ANSA
Via: Nove
Foto dal Web

Sarah Scazzi, strane foto comparse su profilo Facebook


Numerosi i profili su Facebook riconducibili a Sarah Scazzi, la 15enne scomparsa da Avetrana il 26 Agosto scorso e il cui corpo fu poi ritrovato in un pozzo. Ma poche ore dopo la sua scomparsa, quando la notizia cominciò a circolare in paese, come riporta oggi La Gazzetta del Mezzogiorno, su uno dei profili Facebook chiamato "Regen" (pioggia in tedesco), gestito da alcune persone tra le quali ci sarebbero la cugina di Sarah, ma anche Sabrina Misseri e dalla stessa Sarah comparvero delle foto inquietanti (poi rimosse): un manichino legato da corde, una ragazza bionda che galleggia nell'acqua e un pozzo. Il cadavere di Sarah - stando a quanto raccontato da Michele Misseri - fu imbragato con una corda per poi essere calato nella cisterna di contrada Mosca. Subito dopo la scomparsa, la cugina di Sarah, Antonella, creò, sempre su Facebook, una pagina che poi diventerà il Gruppo per Cercare Sarah Scazzi e che in breve tempo raggiunse i 45.000 iscritti. Ne entrarono a far parte subito, tra gli altri, Sabrina Misseri, Alessio Pisello (che per un certo periodo sarà anche amministratore del gruppo), Mariangela Spagnoletti (testimone chiave contro Sabrina Misseri) e anche curiosamente Emilia Velletri (ex difensore di Sabrina Misseri, a sua volta indagata per favoreggiamento), oltre ad amiche di Sarah e Sabrina. Le ipotesi maggiormente accreditate nel gruppo erano la pista della fuga volontaria e il sequestro di persona. Dopo la notizia del ritrovamento del corpo di Sarah (6 ottobre), il gruppo piano piano si spense come contenuti (adesso reso privato) e vennero creati altri gruppi e pagine, tra le quali una omonima ancora presente.

Facebook ritarda rimozione pagina anti-semita, denunciato


Facebook, insieme con il CEO Mark Zuckerberg, sono stati denunciati al risarcimento di 1 miliardo di dollari per aver ritardato intenzionalmente la rimozione di una pagina anti-semita su Facebook al fine di "aumentare ulteriormente i loro redditi e il patrimonio netto". La pagina, la 'Terza Intifada palestinese' è stato finalmente rimossa, tuttavia, va notato che c'è un'altra pagina, con lo stesso nome. Ha oltre 4.200 Likes, la pagina originale ne aveva raggiunto 340.000. Larry Klayman, che ha fondato lo studio legale Judicial Watch, nonché la politica di advocacy del gruppo Freedom Watch, dichiara: "Mentre Facebook ha compiuto tanto bene, può, come in questo caso, essere utilizzato per scopi nefandi. Imputati Zuckerberg e Facebook per azione insensibile e ingorda, i quali l'hanno volontariamente mantenuta attiva per molti giorni, causando ingenti danni, per cui devono essere ritenuti responsabili, in modo da evitare che questo non si ripeta mai più". Non è mancata la risposta di Facebook: "La pagina 'La Terza Intifada Palestinese' era stata inizialmente promossa come una protesta pacifica, anche se il termine è stato associato ad atti di violenza in passato. Inoltre, gli amministratori avevano rimosso tutti i commenti che incitassero ad atti brutali. Tuttavia, quando la pagina ha raggiunto una consistente notorietà, i commenti negativi sono dilagati impossibilitando gli amministratori di applicare la dovuta moderazione. Dopo che gli stessi hanno ricevuto diversi avvertimenti sulle norme violate, abbiamo deciso di rimuovere la pagina. Le persone devono essere in grado di esprimere la loro opinione liberamente, e generalmente eliminiamo sempre qualsiasi contenuto contro idee, paesi, religioni o etnie.".

Parla male su Facebook del datore di lavoro, licenziato


Licenziato per un commento pesante sul datore di lavoro lasciato su internet. E' successo ad un dipendente di un supermercato trentino. Il secondo round della battaglia legale tra azienda e lavoratore lo vince Trento Sviluppo, società da cui dipende il Superstore di Trento dove lavora Paolo Rossato (ma ora dovrà restare a casa senza stipendio). Il Tribunale ha infatti accolto il reclamo contro il provvedimento del giudice Giorgio Flaim che in via cautelare aveva ordinato il reintegro del dipendente. Il caso però non si chiude con l'ordinanza dei giudici Carlo Ancona, Aldo Giuliani e Roberto Beghini. Anzi, in un certo senso questo è solo l'inizio. A breve l'avvocato Sonia Guglielminetti, legale di Rossato, impugnerà il licenziamento. La questione dunque tornerà di fronte al giudice per l'istruttoria che si annuncia complessa perché più che su temi giuridici la causa si giocherà sul terreno dell'informatica. Tutti, infatti, sono d'accordo sul fatto che la frase attribuita al profilo Facebook del lavoratore sia gravemente diffamatoria e passibile di licenziamento in tronco: "Questi sono quelli che vendono carne scaduta: attenzione soprattutto al pollame". In questo senso la dura reazione del Superstore è comprensibile. La difesa però sostiene che a scrivere quelle parole e a creare quel profilo Facebook non sarebbe stato Rossato. I giudici pero' parlano di indizi ''gravi, precisi e concordanti''.

Stalking: Facebook vietato agli ex partner molestatori


Per un giovane savonese, venticinquenne, reo di perseguitare con pesanti pressioni psicologiche l’ex fidanzata di 22 anni che invece delle sue attenzioni non ne voleva sapere da mesi, il Gip ha firmato un provvedimento con la misura del “divieto di avvicinamento” imposto al giovane studente universitario. Il giovane dovrà quindi “stare alla larga” dall’ex fidanzata di 22 anni che lo aveva denunciato nei mesi scorsi agli uffici della Questura dopo aver ricevuto troppe “attenzioni” che hanno finito per trasformarsi in una vera e propria persecuzione dopo la fine del loro rapporto. “Starle alla larga” in ogni modo, dunque non solo con sms e pedinamenti (che andavano in scena quotidianamente, per cercare di riallacciare il rapporto), ma anche con Internet, soprattutto con Facebook, che può trasformarsi in un mezzo per dare attenzioni indesiderate. «È una questione vecchia di mesi, superata, gli ultimi tentativi ritenuti dall’ex fidanzata persecutori risalgono al giugno scorso. Ci siamo stupiti di questo provvedimento ad oltre sei mesi di distanza. I due ex fidanzati ora frequentano addirittura compagnie di amici diverse». Per sicurezza il Gip ha disposto anche le distanze minime da far rispettare. Obbligo di stare ad almeno 25 metri di distanza dalla persona, e almeno a 50 dai luoghi e locali frequentati dalla ragazza. Oltre al non potersi avvicinare alla casa, se R.S. dovesse entrare in un locale in cui si trova l’ex fidanzata ne è prevista l’uscita.