La pubblicazione di foto sulla pagina Facebook di chi le ha scattate «non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici». E' quanto stabilito dalla IX sezione del Tribunale di Roma che riconosce il diritto d'autore anche per le foto pubblicate sul social network. La libertà di utilizzo dei contenuti pubblicati dagli utenti con l'impostazione "Pubblica" «non riguarda infatti i contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale degli utenti, rispetto ai quali l'unica licenza è quella non esclusiva e trasferibile concessa a Facebook», spiega il Tribunale.
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Tribunale Roma: foto pubblicate su Facebook, diritto d'autore valido
La pubblicazione di foto sulla pagina Facebook di chi le ha scattate «non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici». E' quanto stabilito dalla IX sezione del Tribunale di Roma che riconosce il diritto d'autore anche per le foto pubblicate sul social network. La libertà di utilizzo dei contenuti pubblicati dagli utenti con l'impostazione "Pubblica" «non riguarda infatti i contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale degli utenti, rispetto ai quali l'unica licenza è quella non esclusiva e trasferibile concessa a Facebook», spiega il Tribunale.
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Usa: Corte Suprema, minacce di morte non sono reato su Facebook
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la condanna di un uomo della Pennsylvania che aveva rivolto minacce di morte all'ex moglie e ai colleghi su Facebook. Secondo i supremi giudici americani, i procuratori non hanno infatti presentato sufficienti prove del fatto che con i post incriminati abbiano fatto sentire minacciata ragionevolmente una persona. E' stato così accolto il ricorso, presentato da Anthony Elonis, dopo essere stato condannato per aver postato testi di canzoni rap in cui minacciava di uccidere in modo orrendo l'ex moglie.
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Insulti su Facebook sono diffamazione anche senza pubblicare nome
Perché ci sia diffamazione è sufficiente che la persona offesa sia riconoscibile. Non serve fare nomi per diffamare qualcuno nella rete delle reti. Chi parla male di una persona su un social network come Facebook, ad esempio, senza nominarla direttamente ma fornendo particolari che possono renderla identificabile, da oggi rischia una condanna.
Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza 16712/14) rinviando ad un nuovo processo un maresciallo capo della Guardia di Finanza, che aveva pubblicato sul suo profilo una frase offensiva nei confronti di un collega designato al suo posto al comando della Compagnia. E non contento, anche un'espressione volgare indirizzata alla moglie del graduato.
Il Finanziere, condannato a tre mesi dal Tribunale militare per diffamazione pluriaggravata, era stato assolto in secondo grado per insussistenza del fatto. Per la Corte militare di Appello, infatti, l'identificazione dell'offeso era possibile solo per una ristretta cerchia di soggetti ed è su questo che il "Palazzaccio" ribalta il giudizio.
La frase, in quanto indicata sul profilo, è ampiamente accessibile come l'identificazione della persona offesa, favorita dall'avverbio "attualmente", riferito al ruolo investito. Tra l'altro, conclude la prima sezione penale della Cassazione, "il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico ma la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione, e la volontà che venga a conoscenza anche soltanto di due persone".
"Ai fini di tale valutazione, conclude la Corte, "non può non tenersi conto dell'utilizzazione del social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di Finanza, né alla circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona".
Pestato in discoteca riconosce i suoi aggressori da foto su Facebook
Pestato a sangue per aver invitato una ragazza a ballare, riconosce uno dei suoi aggressori su Facebook e lo fa condannare. Protagonisti della vicenda sono un giovane di 33 anni di Zumaglia e i due imputati: Fabrizio Nieddu, 33 anni, e Marco Benedetti, 24, entrambi di Biella, accusati di lesioni.
Al primo, recidivo, il giudice Pietro Brovarone ha inflitto due anni di reclusione, e al secondo un anno, con la sospensione condizionale della pena. L'episodio era avvenuto la notte del 31 agosto 2009, in un locale pubblico del quartiere Riva. La vittima vede una ragazza e la invita a ballare, senza sapere che su di lei hanno già messo gli occhi altri due giovani.
Questi ultimi, passati pochi istanti, lo aggrediscono a calci e pugni, facendosi buttare tutti e tre fuori dal locale. Il ragazzo preso di mira scappa e cerca rifugio in un vicino distributore, dove viene raggiunto da Fabrizio Nieddu e Marco Benedetti, a cui si sono aggiunti altri soggetti, mai identificati. Qui l'aggressione continua fino all'arrivo di alcuni passanti.
La prognosi sarà di 40 giorni, per lesioni e fratture. Il giovane riuscirà a identificare uno degli aggressori in Questura. Poi, cercando su Facebook, riesce a rintracciare anche l'altro fra gli amici "virtuali" del ragazzo che l'aveva picchiato. Grazie anche agli indizi raccolti dalla polizia, i due sono stati indagati e poi processati.
Fonte: La Stampa
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Corona latitante, dopo la fuga strano post sulla sua pagina Facebook
Giallo sulla scomparsa di Fabrizio Corona. Mentre proseguono le ricerche del fotografo dei vip, che si è reso irreperibile da venerdì pomeriggio, quando a suo carico è stata emessa la condanna della Cassazione a 5 anni di carcere per estorsione aggravata ai danni dell'ex calciatore juventino David Trezeguet, sulla pagina ufficiale di Facebook appare un post scritto da un cellulare nei pressi di Quarto Oggiaro.
Secondo quanto accertato dagli investigatori a postare il messaggio sarebbe stato l'autista di Corona che dispone delle sue credenziali di accesso. Attorno alle 15 di domenica, infatti, su "fabriziocoronaofficial" è apparso un post in cui si legge: "Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero".
"Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato". Passaggio preso da Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.
La polizia di Milano sta intanto cercando di ricostruire le ore precedenti alla sentenza e verificando le testimonianze. Ci sono infatti alcune incongruenze soprattutto riguardo all'orario nei racconti di persone che lo avrebbero visto uscire di casa.
Mentre la procura di Torino polemizza con la polizia per l'elusione della sorveglianza e la famiglia lancia un appello affinché si costituisca, l'entourage del fotografo fa sapere che potrebbe essere in fuga alla volta del Brasile o, passando dalla Svizzera, in Russia grazie all'aiuto di un amico dal momento che Corona non ha il passaporto che gli è già stato ritirato a seguito delle sue disavventure giudiziarie.
Via: Il Giornale
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Diffamazione su Facebook, per giudice aggravante come per stampa
Insultare qualcuno sulla propria pagina Facebook può essere considerato «un delitto di diffamazione aggravato dall'aver arrecato l'offesa con un mezzo di pubblicità» equiparato «sotto il profilo sanzionatorio alla diffamazione commessa con il mezzo della stampa». Lo stabilisce una sentenza del tribunale di Livorno, come riferisce Il Tirreno, le cui motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi.
Al centro del caso le affermazioni di Rossella Malanima, 27 anni: poco dopo essere stata licenziata dal centro estetico in cui lavorava, la ragazza ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook affermazioni offensive contro l'azienda e l'ex datore di lavoro. La ventisettenne aveva usato anche espressioni a sfondo razzista nei confronti dell'uomo, che è albanese.
Il giudice ha richiamato l'articolo 595, terzo comma del codice penale, in cui il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l'offesa sia recata con il mezzo della stampa così come attraverso «qualsiasi altro mezzo di pubblicità». Secondo la sentenza, Facebook ha una «diffusione incontrollata».
Esprimersi su Facebook implica quindi una «comunicazione con più persone alla luce del cennato carattere pubblico dello spazio virtuale in cui si diffonde la manifestazione del pensiero del partecipante che entra in relazione con un numero potenzialmente indeterminato di partecipanti e quindi la Conoscenza da parte di più persone e la possibile sua incontrollata diffusione». La giovane livornese è stata condannata a pagare una multa di 1.000 euro.
Fonte: ANSA
Via: La Stampa
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Pubblicare foto o musica di altri su Facebook senza permesso è reato
Pubblicare immagini su Facebook o caricare canzoni sul profilo del social network MySpace, senza indicarne la paternità, è un reato e può costare caro. La decisione è del Tribunale di Genova che ha condannato un musicista jazz di 26 anni a una multa di 1.200 euro per violazione della legge penale sul diritto d’autore. La vicenda risale al 2009 e vedeva coinvolti due musicisti e una fotografa professionista.
Secondo l’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati, il musicista aveva messo a disposizione del pubblico, in particolare degli utenti di Facebook e del sito musicale MySpace, 15 foto che lo ritraevano senza chiedere il permesso alla fotografa che le aveva scattate. Inoltre aveva pubblicato alcuni brani musicali, registrati alla SIAE, composti da lui e da un altro collega, attribuendosene l’esclusiva paternità. È stato condannato.
"Chi carica foto, video o canzoni su Facebook o MySpace - ha spiegato l’avvocato David Maria Mascia - spesso e volentieri dimentica che, con l’adesione alle condizioni generali d’uso, ha già dichiarato, magari contro il vero, di esserne l’esclusivo proprietario e ha già autorizzato il social network a farne l’utilizzo che meglio ritiene. Ciò non toglie che il diritto del vero autore rimanga presidiato dalla normativa di settore, anche con sanzioni penali".
La recente legge 248/00, modificando la legge 633/41, sempre attuale in materia di diritto d'autore, ha introdotto ulteriori ipotesi al fine di combattere la pirateria e la contraffazione, anche quella che si realizza via Internet. In realtà, la distribuzione e lo scambio di materiale musicale che avviene tra utenti della rete è da considerarsi chiaramente illegittima se non espressamente autorizzata dall'autore o da chi detiene i diritti economici dell'opera.
Fonte: ANSA
Via: La Stampa
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Fonte: ANSA
Via: La Stampa
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Olanda, uccide coetanea su richiesta via Facebook: condannato 15enne
Un litigio su Facebook si è concluso nel più drammatico dei modi: un ragazzino 15enne ha ucciso il 14 gennaio scorso a coltellate una compagna di classe e poi ha tentato di eliminare anche il padre che voleva difenderla. Il teenager olandese è stato condannato oggi da un tribunale di Arnhem a un anno di detenzione in un carcere minorile e altri tre in una clinica psichiatrica.
Jinhua K., che all'epoca dei fatti aveva 14 anni, è andato di proposito a casa di Joyce Winsie Hau, 15enne, per ucciderla, dopo essere stato assoldato attraverso il social network da una coppia di compagni di classe. Il caso, conosciuto come Facebook murder, ha causato in Olanda un dibattito molto diffuso sul ruolo dei social network nei crimini violenti.
La disputa sarebbe iniziata tra le due ragazze - riporta la Bbc - che hanno litigato per alcuni commenti postati sul profilo Facebook di Polly da Joyce Winsie Hau, la vittima. Secondo le ricostruzioni dei media olandesi, Polly W e il suo ragazzo avrebbero dato a Jinhua, il killer, un biglietto con le indicazioni sui tempi e modi per uccidere Joyce, in cambio di una somma di denaro (alcuni media indicano 100 euro).
Secondo Blick, la causa del litigio è stata l'accusa di una scappatella sessuale rivolta da Winsie a Polly, che avrebbe fatto infuriare la giovane coppia. Jinhua, che si è scusato con la corte per il suo gesto, avrebbe agito perché incapace di opporsi alle pressioni della ragazzina. La perizia psichiatrica ha riscontrato nel ragazzo gravi disordini mentali e un comportamento psicopatico.
Il padre della vittima ha denunciato la mitezza della sentenza: "Fa una grossa differenza, io ho perso una figlia, lui ha avuto un anno di prigione" ed ha aggiunto: "Mi chiedo ogni giorno come queste persone possono averla uccisa solo per un litigio". I due adolescenti, Polly W e il suo ragazzo, saranno processati il prossimo mese con l'accusa di aver commissionato l'omicidio.
Via: TMNews
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Australia, pubblica su Facebook foto nude della ex: condannato
Un uomo australiano è stato condannato a sei mesi di carcere per aver pubblicato su Facebook le foto nude della sua ex fidanzata. Si tratta della prima condanna legata al mondo dei social network in Australia e una delle poche al mondo.
I documenti del tribunale hanno rivelato che Ravshan ''Ronnie'' Usmanov, 20 anni, di Sydney, ha pubblicato sei foto nude della sua ex-fidanzata su Facebook poco dopo essersi lasciati. Le foto hanno mostrato la sua ex-fidanzata "nuda in certe posizioni e mostrando chiaramente i seni e genitali".
Usmanov, un controllore di credito per una compagnia di navigazione, come ha riferito alla polizia ha detto:
"Ho messo le foto perché lei mi ha ferito ed era l'unica cosa per farle del male". Usmanov ha inviato un messaggio alla sua fidanzata dopo aver postato le foto su Facebook, dicendo: "alcune delle tue foto sono su Facebook". La donna, che non è stato identificata, ha implorato Usmanov di ritirare le foto. Al suo rifiuto, la donna ha chiamato la polizia. Il magistrato, Jane Mottley, ha dichiarato:
"La nuova tecnologia di questi anni consente l'accesso immediato al mondo, come il sito di social networking Facebook e non limita i confini, producendo danni incalcolabili per la reputazione di una persona causati dalla irresponsabile pubblicazione di informazioni attraverso quel mezzo. Con la sua popolarità e il reale danno potenziale, vi è una reale necessità di scoraggiare l'uso di questo mezzo per commettere reati di questo tipo".
Nel 2010 un uomo della Nuova Zelanda Joshua Simon Ashby, 20 anni, è stato condannato a quattro mesi di carcere per la pubblicazione di una foto nuda della sua ex fidanzata su Facebook. L'avvocato di Usmanov, Maggie Sten, aveva sostenuto che il suo non era un reato grave'','' a cui Mottley ha risposto: "Cosa potrebbe essere più grave della pubblicazione di fotografie di nudo di una donna su internet?". E ha aggiunto: "una cosa è pubblicare un articolo in forma di stampa con tiratura limitata. Ciò può influenzare la gravità oggettiva del reato, ma una volta che va su Facebook diventa disponibile a livello mondiale sul Web''.
Via: Globalpost
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Facebook non risolve Trova Amici, condanna della Germania su privacy
Il tribunale distrettuale di Berlino ha dichiarato la scorsa settimana che la funzionalità Trova amici di Facebook stava invadendo la privacy delle persone - e che il sito non dovrebbe lasciare che la gente lo usi senza che venga detto loro esplicitamente che lo strumento può prelevare tutti i dettagli del libro indirizzi dal loro indirizzo di posta elettronica, inclusi i nomi e indirizzi fisici dei contatti. La Corte ha anche rilevato che Facebook ha sbagliato a rivendicare i diritti sulle foto e gli altri contenuti caricati dai suoi utenti sul sito di social networking.
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Studente inglese hackera i server di Facebook, 8 anni di carcere
Uno studente britannico che ha rubato i dati sensibili dalla rete interna di Facebook è stato condannato Venerdì a otto mesi di carcere in quello che il procuratore ha detto è stato il più grave caso di social media hacking ad essere portato dinanzi ai tribunali del paese. La notizia è riportata dal Daily Mail. Il Procuratore Sandip Patel ha detto che Glenn Mangham, 26 anni, era riuscito ad accedere ai server del gigante del social networking dalla sua camera da letto nell'Inghilterra settentrionale città di York e ha rubato quello che Patel ha descritto come proprietà intellettuale "inestimabile".
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Insulta l'Islam su Facebook, egiziano condannato ai lavori forzati
Tre anni di carcere e una condanna ai lavori forzati. Questa la condanna per un uomo egiziano, reo di avere offeso la religione islamica su Facebook. Il "blogger" di Facebook Ayman Hassan Mansour è stato condannato con l'accusa di "sfruttamento della religione per promuovere idee estremiste con l'intento di incitare il conflitto confessionale, danneggiare l'unità nazionale e insultare la religione islamica". L'islam dichiara di essere la religione madre da cui son derivate tutte le altre, compreso il cristianesimo ed il giudaismo.
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Gran Bretagna: giurata usa Facebook e finisce in prigione
La prima giurata alla sbarra per aver usato Facebook durante un processo e' stata condannata a otto mesi di prigione. Joanne Fraill, una madre di tre figli di 40 anni, ha ammesso di essere andata sul social network per scambiare messaggi con Jamie Steward, un imputato poi prosciolto in un processo in corso per droga a Manchester. La donna ha confessato di avere anche usato Internet per fare una ricerca sull'ex partner di Steward, Gary Knox, un co-imputato, mentre la giuria stava ancora deliberando. La scoperta della loro conversazione è avvenuta quando il procedimento stava quasi per chiuedersi. Mancavano ancora i verdetti di altri imputati mentre la Sewart era stata già giudicata 'non colpevole' durante le loro chattate. Tutto ciò ha portato all'annullamento del processo. La ripetizione del procedimento costerà ai contribuenti sette milioni di euro. La dura condanna, ha spiegato l'avvocato dello stato Edward Garnier a verdetto avvenuto, ''servira' di avvertimento e deterrente per altri come lei''. Nei giorni scorsi il Times aveva condotto un'inchiesta scoprendo che molti giurati affermano sulla loro pagina Facebook di aver gia' deciso se un imputato e' innocente o colpevole, prima ancora di aver sentito tutte le prove. Nel suo verdetto il giudice Igor Judge ha sostenuto che un cattivo uso di Internet da parte di un membro della giuria e' ''una irregolarita' grave e un oltraggio alla corte''. Secondo il magistrato la Fraill con il suo comportamento ''ha violato gli ordini dati per il buono svolgimento del processo''.
Condannata per aver ingiuriato un utente su Facebook
Una 19enne di San Gallo, capitale dell'omonimo cantone svizzero, è stata riconosciuta colpevole di ingiuria per aver dato del «cog...» ad una persona su Facebook. Secondo esperti del settore, si tratta di una prima in Svizzera. La giovane donna è stata condannata a una pena pecuniaria con la condizionale di 7 aliquote giornaliere da 30 franchi e a una multa di 100 franchi. Il giudice istruttore che ha emesso il decreto d'accusa ha confermato la notizia pubblicata oggi da «20 Minuten», precisando che la decisione non è ancora definitiva. Il destinatario dell'insulto è un abitante di San Gallo che la scorsa primavera era ricorso alle vie legali ed aveva impedito ad un locale - il «Kultur am Gleis» - di organizzare concerti fino alle 5 del mattino. La giovane donna ha scritto un messaggio nelle pagine di un gruppo di sostegno creato su Facebook, definendo anche l'uomo una «triste persona». Un responsabile della piattaforma nazionale per lo scambio d'informazioni fra i servizi informatici delle polizie (Spik) ritiene che la decisione di San Gallo potrebbe fare giurisprudenza. La 19enne ha comunque deciso di ricorrere in appello.
Posta foto della ex nuda su Facebook, condannato 4 mesi carcere
Per la prima volta una persona finisce in prigione per un reato commesso usando il più popolare social network del mondo. Joshua Simon Ashby, ventenne neozelandese, di professione pittore, è stato condannato venerdì scorso dal tribunale del distretto di Wellington, che lo ha riconosciuto colpevole di aver pubblicato la foto della sua ex dove compariva senza veli. I principali reati sono stati commessi lo scorso 23 luglio.
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Minacciato su Facebook per la sentenza Google
Sul suo profilo di Facebook racconta di aver ricevuto «centinaia di email di offesa e minaccia». Ma di non essersi intimidito perché «ho solo fatto il mio dovere di giudice». Oscar Magi, il magistrato finito sotto accusa del popolo del web per la sua sentenza di condanna nei confronti di tre manager di Google Italy in relazione al caso del video del ragazzo disabile torinese, parla in esclusiva con Il Sole24 Ore. «Per mia natura non sono abituato a polemizzare con gli imputati, però mi sembra francamente strano: o non hanno letto bene la sentenza o ho scritto qualche cosa che io stesso non riesco a misurare, come portata. Continuo a pensare che la mia sia una sentenza favorevole al mondo di internet in generale e a Google in particolare».
«Mi sembra di non aver assolutamente modificato nessun canone fondamentale della rete [...] Uno strumento di libertà e di comunicazione prezioso, direi addirittura indispensabile. Questo però non vuol dire che non debba essere vissuta attraverso il confronto con le regole. Non esiste una zona franca dove tutti possono fare quello che vogliono. Non è così che funziona, per il rispetto che abbiamo di noi stessi e della libertà altrui». Nel 2006 alcuni ragazzi di Torino pubblicano sulla piattaforma Google Video le riprese amatoriali che mostrano le molestie a un ragazzo disabile.
Il video rimane in linea per due mesi, dall'8 settembre al 7 novembre ma la rimozione avviene due ore dopo la prima segnalazione fatta dalla polizia postale. I ragazzi sono condannati nel dicembre 2008 a dieci mesi di “messa alla prova”, un percorso di recupero che li hai visti costretti a frequentare come volontari un'associazione per disabili. Il 24 febbraio del 2010 arriva la sentenza del giudice Oscar Magi, della IV sezione penale del Tribunale di Milano, che condanna a sei mesi di carcere tre dirigenti di Google. L'accusa è aver trattato per fini di lucro dati personali sensibili. Le motivazioni vengono depositate il 12 aprile. Google sostiene che questa sentenza potrà stravolgere il volto della rete.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Risarcimento milionario a Facebook da Sanford Wallace
Sanford Wallace (detto "Spamford" Wallace), conosciuto come il re del marketing online, dovrà sborsare 711 milioni di dollari per aver inserito dei post nei profili degli utenti di Facebook. Lo ha stabilito un tribunale californiano, condannando il 41enne per spamming illegale. Wallace è stato anche deferito al procuratore generale Usa per oltraggio alla corte, reato per cui rischia pene detentive.
Facebook aveva denunciato Wallace a febbraio per essere entrato negli account degli utenti senza permesso e aver inserito messaggi e post nelle loro bacheche, insieme a due complici. Mesi fa il giudice Jeremy Fogel lo ha riconosciuto colpevole di aver violato il Can-Spam Act, legge firmata da George W. Bush nel 2003, e gli ha ordinato di non entrare in Facebook.
Ma lui, dopo aver dichiarato bancarotta, avrebbe continuato i suoi traffici. «Anche se non ci aspettiamo di ricevere buona parte del risarcimento, speriamo che questo agisca da deterrente in futuro. Questa è un’altra importante vittoria nella nostra battaglia contro lo spam» scrive il consulente legale Sam O'Rourke, sul blog del social network.
Wallace è un esperto di messaggi-spazzatura e ha dei precedenti. Nella sua carriera di spammer usava i nickname "Spam King" e "Spamford", e tramite le sue aziende - già negli anni Novanta - avrebbe inviato in media 30 milioni di messaggi pubblicitari spazzatura al giorno.
Via: Il Corriere
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